

45. La peste a Firenze nelle pagine di Matteo Villani.

   Da: G. Villani, Cronica. Con le continuazioni di Matteo e
Filippo, a cura di G. Aquilecchia, Einaudi, Torino, 1979

Accanto alla famosissima descrizione della peste del Boccaccio,
proemio del Decamerone, esistono numerose altre descrizioni
compilate da cronisti contemporanei. Nei paragrafi del fiorentino
Matteo Villani (1280 circa-1363), dedicati al fenomeno, emerge,
accanto all'indignazione per l'irrazionale comportamento degli
uomini e per la caduta dei vincoli familiari e dei valori sociali,
un senso d'impotenza davanti all'inarrestabile epidemia, le cui
cause vengono vanamente ricercate nei castighi divini, nelle
congiunzioni astrali e in fenomeni spaventosi e lontani.


 Quanto durava il tempo della mora in catuno [ciascuno] paese

   Avendo per cominciamento nel nostro principio a raccontare lo
sterminio della generazione [razza] umana e convenendone divisare
[indicare] il tempo e il modo, la qualit e la quantit di quella,
stupidisce la mente appressandosi a scrivere la sentenzia che la
divina giustizia con molta misericordia mand sopra gli uomini,
degni per la corruzione del peccato di final giudizio. Ma pensando
l'utilit salutevole che di questa memoria puote addivenire alle
nazioni [generazioni] che dopo noi seguiranno, con pi sicurt del
nostro animo cos cominciamo. Videsi negli anni di Cristo, dalla
sua salutevole incarnazione [il 25 marzo, giorno nel quale
cominciava l'anno a Firenze], 1346 la congiunzione di tre
superiori pianeti nel segno dell'Aquario, della quale congiunzione
si disse per gli astrolaghi che Saturno fu signore: onde
pronosticarono al mondo grandi e gravi novitadi; ma simile
congiunzione per li tempi passati molte altre volte stata e
mostrata, la influenzia per altri particulari accidenti non parve
cagione di questa, ma piuttosto divino giudicio secondo la
disposizione dell'assoluta volont di Dio. Cominciossi nelle parti
d'Oriente, nel detto anno, inverso il Cattai e l'India superiore e
nelle altre provincie circustanti a quelle marine dell'Oceano, una
pestilenzia tra gli uomini d'ogni condizione di catuna et e
sesso: che cominciavano a sputare sangue e morivano chi di subito,
chi in due o in tre d, e alquanti sostenevano pi al morire. E
avveniva che chi era a servire questi malati, appiccandosi quella
malattia, o infetti, di quella medesima corruzione incontanente
malavano, e morivano per somigliante modo; e a' pi ingrossava
l'anguinaia [l'inguine], e a molti sotto le ditella [ascelle]
delle braccia a destra e a sinistra, e altri in altre parti del
corpo, che quasi generalmente alcuna enfiatura singulare nel corpo
infetto si dimostrava. Questa pestilenzia si venne di tempo in
tempo e di gente in gente apprendendo: comprese infra il termine
d'uno anno la terza parte del mondo che si chiama Asia. E
nell'ultimo di questo tempo s'aggiunse alle nazioni del Mare
Maggiore [mar Nero] e alle ripe del Mare Tirreno, nella Soria e
Turchia, e in verso lo Egitto e la riviera del Mar Rosso, e dalla
parte settentrionale la Rossia e la Grecia, e l'Erminia [Armenia]
e l'altre conseguenti provincie. E in quello tempo galee
d'Italiani si partirono del Mare Maggiore e della Soria e di
Romania per fuggire la morte e recare le loro mercatanzie in
Italia: e' non poterono cansare [evitare] che gran parte di loro
non morisse in mare di quella infermit. E arrivati in Cicilia
conversaro co' paesani e lascirvi di loro malati, onde
incontanente si cominci quella pestilenzia ne' Ciciliani. E
venendo le dette galee a Pisa e poi a Genova, per la conversazione
di quegli uomini cominci la mortalit ne' detti luoghi, ma non
generale. Poi conseguendo il tempo ordinato da Dio a' paesi, la
Cicilia tutta fu involta in questa mortale pestilenzia. E
l'Affrica nelle marine e nelle sue provincie di verso levante, e
le rive del nostro Mare Tirreno. E venendo di tempo in tempo verso
il ponente, comprese la Sardigna e la Corsica e l'altre isole di
questo mare; e dall'altra parte, ch' detta Europa, per
simigliante modo aggiunse alle parti vicine verso il ponente,
volgendosi verso il mezzogiorno con pi aspro assalimento che
sotto le parti settentrionali. E negli anni di Cristo 1348 ebbe
infetta tutta Italia, salvo che la citt di Milano e certi
[luoghi] circustanti all'Alpi che dividono l'Italia dall'Alamagna,
ove grav poco. E in questo medesimo anno cominci a passare le
montagne e stendersi in Proenza e in Savoia e nel Dalfinato e in
Borgogna e per la marina di Marsilia e d'Acquamorta [Marsiglia e
Aigues-Mortes], e per la Catalogna e nell'isola di Maiolica e in
Ispagna e in Granata. E nel 1339 ebbe compreso fino nel ponente,
le rive del Mare Oceano, d'Europa e d'Affrica e d'Irlanda, e
l'isola d'Inghilterra e di Scozia, e l'altre isole di ponente e
tutto infra terra [le regioni interne] con quasi eguale mortalit,
salvo in Brabante ove poco offese. E nel 1350 premette gli
Alamanni e gli Ungheri, Frigia [Frisia, cio Paesi Bassi],
Danesmarche, Gotti [abitanti della Svezia meridionale] e Vandali e
gli altri popoli e nazioni settentrionali. E la successione di
questa pestilenzia durava nel paese ove s'apprendeva cinque mesi
continovi, ovvero cinque lunari: e questo avemmo per isperienza
certa di molti paesi. Avvenne, perch parea che questa pestifera
infezione s'appiccasse per la veduta e per lo toccamento, che,
come l'uomo o la femmina o i fanciulli si conoscevano malati di
quella enfiatura, molti n'abbandonavano: e innumerabile quantit
ne morirono che sarebbono campati se fossono stati aiutati delle
cose bisognevoli. Tra gl'infedeli cominci questa inumanit
crudele, che le madri e' padri abbandonavano i figliuoli, e i
figliuoli le madri e' padri, e l'uno fratello l'altro e gli altri
congiunti: cosa crudele e maravigliosa [spaventosa] e molto strana
[aliena] alla umana natura, detestata tra i fedeli cristiani, nei
quali, seguendo le nazioni barbare, questa crudelt si trov.
Essendo cominciata nella nostra citt di Firenze, fu biasimata da'
discreti [saggi] la sperienza veduta di molti, i quali si
provvidono e rinchiusono in luoghi solitari e di sana aria,
forniti d'ogni buona cosa da vivere, ove non era sospetto di gente
infetta; in diverse contrade il divino giudicio (a cui non si pu
serrare le porti) gli abbatt come gli altri che non s'erano
provveduti. E molti altri, i quali si dispuosero alla morte per
servire i loro parenti e amici malati, camparono avendo male, e
assai non l'ebbono continovando quello servigio; per la qual cosa
ciascuno si ravvide, e cominciarono senza sospetto ad aiutare e
servire l'uno l'altro: onde molti guarirono, ed erano pi sicuri a
servire gli altri. Nella nostra citt cominci generale
all'entrare del mese d'aprile gli anni Domini 1348, e dur fino al
cominciamento del mese di settembre del detto anno. E mor, tra
nella citt, contado e distretto di Firenze, d'ogni sesso e di
catuna et de' cinque i tre e pi, compensando il minuto popolo e
i mezzani e' maggiori, perch alquanto fu pi menomato, perch
cominci prima ed ebbe meno aiuto e pi disagi e difetti. E nel
generale per tutto il mondo manc la generazione umana per
simigliante numero e modo, secondo le novelle che avemmo di molti
paesi strani e di molte provincie del mondo. Ben furono provincie
nel Levante dove vie pi ne moriro. Di questa pestifera infermit
i medici in catuna parte del mondo, per filosofia naturale o per
fisica o per arte d'astrologia, non ebbono argomento n vera cura.
Alquanti per guadagnare andarono visitando e dando loro argomenti,
li quali per la loro morte mostrarono l'arte essere fitta [falsa]
e non vera: e assai per coscienza lasciarono a ristituire i danari
che di ci aveano presi indebitamente.
   Avemmo da mercatanti genovesi, uomini degni di fede, che aveano
avute novelle di que' paesi, che alquanto tempo innanzi a questa
pestilenzia, nelle parti dell'Asia superiore usc della terra
ovvero cadde dal cielo un fuoco grandissimo, il quale stendendosi
verso il ponente, arse e consum grandissimo [gran parte del]
paese senza alcuno riparo. E alquanti dissono che del puzzo di
questo fuoco si gener la materia corruttibile della generale
pestilenzia: ma questo non possiamo accertare. Appresso sapemmo da
uno venerabile frate minore di Firenze vescovo di ... del Regno,
uomo degno di fede, che s'era trovato in quelle parti dov' la
citt di Lamech [la Mecca, in Arabia] ne' tempi della mortalit,
che tre d e tre notti piovvono in quello paese biscie con sangue
che appuzzarono e corruppono tutte le contrade: e in quella
tempesta fu abbattuto parte del tempio di Maometto e alquanto
della sua sepoltura.
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